Liturgia

Nel linguaggio ecclesiastico la liturgia è il culto pubblico cristiano. Nel suo significato originario, il vocabolo servì per indicare quel complesso di servizi e di opere di pubblica utilità svolti nella Grecia classica ed ellenistica dai cittadini dotati di un determinato censo. Nei Settanta (antica versione greca della Bibbia) lo stesso termine venne impiegato per tradurre la parola ebraica ‘avodah, che significava, propriamente, il servizio cultuale prestato dai sacerdoti del Tempio. Successivamente il vocabolo liturgia passò a indicare qualsiasi forma di culto e celebrazione rituale, ma soprattutto la celebrazione dell'Eucaristia.

 Già nel Nuovo Testamento si possono cogliere i primi cenni di una storia della liturgia: le origini cristiane conoscono delle forme di celebrazione liturgica caratterizzate da grande sobrietà e incentrate, sostanzialmente, sulla frazione domestica del pane e sull'ascolto della parola di Dio. Continuando la tradizione giudaica, la comunità primitiva si riuniva settimanalmente per celebrare il mistero dell'Eucaristia e per pregare. Una grande spontaneità guidava lo svolgimento di queste celebrazioni, la cui presidenza era di regola affidata ai successori degli apostoli, cioè ai vescovi e ai presbiteri. In esse vennero accettati anche elementi derivati dalla prassi culturale ellenistica e romana, soprattutto da parte delle comunità provenienti dal paganesimo. Oltre alle numerose espressioni del vocabolario liturgico, si devono all'ellenismo alcuni particolari del rito del battesimo. Nel corso dei primi secoli (i più creativi per la liturgia) si arrivò gradualmente alla formazione dell'anno liturgico.

 Dopo la Pasqua, che rimase la festa più importante dell'anno liturgico, seguiva un periodo di cinquanta giorni, al termine dei quali si celebrava la Pentecoste. Si svilupparono, in seguito, le feste dei martiri (dal II sec.) e la celebrazione del Natale e dell'Epifania (IV sec.). La lingua liturgica fu, quasi esclusivamente in tutti i territori del Mediterraneo, il greco. A partire dal IV sec., con l'affermarsi, in Oriente, di alcune Chiese importanti, si diffusero liturgie diverse, con usi e lingua propri. La Chiesa di Alessandria impose il suo rito a tutte le Chiese d'Egitto e d'Etiopia: dal rito alessandrino nasceranno, in un secondo tempo, le liturgie copta ed etiopica. La liturgia di Antiochia, che ebbe molte espressioni simili alla liturgia di Gerusalemme, si diffuse in tutta la Siria occidentale. In Asia Minore e nei paesi slavi dominò il rito bizantino, che ebbe grandissima importanza durante l'impero di Giustiniano. Fatta eccezione per il rito ambrosiano (tuttora vigente nella diocesi di Milano), in Occidente andò imponendosi il rito romano.

 Fu un fatto significativo che verso il 370, sotto il pontificato di papa Damaso I, il greco fu sostituito dal latino come lingua liturgica della comunità romana. Per opera di alcuni papi (Leone I Magno, Gelasio I, Gregorio I Magno) si provvide alla raccolta di formulari liturgici e alla creazione di testi da usare durante le celebrazioni, il cui cerimoniale si ispirava largamente all'etichetta dell'ex palazzo imperiale. Il progresso della romanizzazione fu favorito dalla richiesta di Carlo Magno al papa di un esemplare autentico della l. pontificale romana per farne la base di una unificazione di riti. Con il contributo degli ecclesiastici franchi e germanici operanti nell'impero carolingio, la liturgia romana si arricchì di formule, inni poetici e cerimonie significative (i riti della settimana santa, l'uso dell'unzione del capo e delle mani nelle ordinazioni dei vescovi). Negli ultimi secoli del Medioevo, la liturgia, che aveva assunto uno sviluppo cerimoniale ricco e prolisso, non fu più considerata come un'azione dell'assemblea cristiana, bensì come un fatto di devozione individuale. Frutto di questa evoluzione fu l'uso della messa privata, celebrata dal solo sacerdote, senza la presenza della comunità.

La situazione caotica in cui si venne a trovare la prassi liturgica e un certo numero di abusi fecero maturare, durante il concilio di Trento, la convinzione della necessità di una riforma, che poté essere attuata solo dopo il concilio attraverso l'opera di revisione e di unificazione dei libri liturgici. Per ordine del papa Pio V furono pubblicati il Breviario romano (1568) e il Messale romano (1570). Alla Sacra congregazione dei riti, istituita da papa Sisto V (1588), fu affidato l'incarico di vigilare sull'esatta esecuzione dei riti e delle cerimonie. Il Breviario romano  e il Messale romano, cui si aggiunsero più tardi il Martirologio (1584), il Pontificale romano (1596) e il Rituale romano  (1614), furono imposti a tutte le Chiese di rito latino, alle quali fu confermato come vincolante l'uso della lingua latina.

Le forme della celebrazione liturgica cristallizzata in queste edizioni non conobbero variazioni di rilievo per secoli, finché il movimento liturgico promosso in Francia nella seconda metà del XIX sec. da Dom Guéranger, abate del monastero benedettino di Solesmes, si fece portatore dell'esigenza di un ritorno della liturgia allo spirito originario e di una sua maggiore aderenza alle necessità pastorali moderne. Il concilio Vaticano II (1962-65), valorizzando tutto il lavoro del movimento liturgico, ha dato piena realizzazione all'auspicato rinnovamento liturgico e ne ha fissato i principi generali nella sua prima costituzione (Sacrosanctum Concilium, 1963). Questa diede della liturgia una nuova immagine, ritenendola fonte e culmine di tutta l'azione cultuale della Chiesa.

Preoccupato di un adeguamento alle diverse culture dei popoli, il concilio spezzò la rigida uniformità attuata dalla Congregazione dei riti dopo il concilio di Trento e diede spazio alla varietà linguistica, permettendo l'uso delle molteplici lingue parlate, e alla varietà delle forme rituali, delle tradizioni storiche e delle prerogative proprie di ciascuna Chiesa. Così, attraverso una lunga serie di documenti legislativi e la pubblicazione dei nuovi libri liturgici, si giunse a una liturgia più semplificata e a un'attiva partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche. In ambito protestante, già M. Lutero si era occupato di una riforma del culto, ponendo le basi di quella che sarà la “santa cena” dei protestanti. Questi accentuano, in generale, nella liturgia lo spazio per la lettura della Sacra Scrittura e per la predicazione, e valorizzano il canto.

Tra gli anglicani è diffuso il Common Prayer Book (libro della preghiera comune), la cui prima edizione risale al 1549, ma che fu riveduto e ripubblicato in successive edizioni. Esso comprende i formulari per la preghiera quotidiana del mattino e della sera, per il culto domenicale e per tutti i riti ecclesiastici, oltre alle indicazioni per la lettura annuale della Bibbia.